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28 Giugno 2017

Decreto ministeriale 10 maggio 2001 – [Estratto] Introduzione e definizioni

D.M. 10 maggio 2001

Decreto ministeriale 10 maggio 2001, n.
Pubblicato in: G.U.R.I.- Serie Generale (SO) n. 244, il 19 ottobre 2001
Emesso da: Parlamento
Le definizioni principali, nazionali e internazionali

«Le gallerie d’arte, le pinacoteche ed, in genere, i musei aperti al pubblico sono istituti che realizzano il fine della
cultura, per mezzo di un complesso di beni debitamente ordinati e messi a disposizione della generalità del pubblico; a
questo fine essi aggiungono quello, non meno importante, della raccolta e della conservazione delle cose di interesse
artistico, storico, scientifico ecc., che costituiscono il patrimonio culturale della nazione».
(T. Alibrandi, P. Ferri, I beni culturali e ambientali, Milano 1985)
«Un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo aperta al pubblico, che
compie ricerche sulle testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e
soprattutto le espone a fini di studio, di educazione e di diletto».
(ICOM, Codice di deontologia professionale, adottato dalla 15.a Assemblea generale dell’ICOM riunita a Buenos Aires,
Argentina, il 4 novembre 1986).
«Struttura comunque denominata organizzata per la conservazione, la valorizzazione e fruizione pubblica di raccolte di
beni culturali».
(Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, art.
99).

Introduzione

Per una serie di ragioni solidamente fondate nella storia d’Italia, e in particolar modo nelle sue vicende politiche e
dinastiche preunitarie, la conservazione e la fruizione delle collezioni e raccolte dei musei sono state nel tempo regolate
da una serie di leggi e norme più generalmente riferite al patrimonio artistico nella sua totalità (ricomprendendo dunque
il vasto àmbito dei beni diffusi sul territorio), cosicché rare sono state le attenzioni specificamente rivolte al museo,
quale istituto basato in un edificio ospitante cose da conservare ed esporre, e come tale dotato di requisiti irrinunciabili.
L’origine dei massimi musei italiani, dalle collezioni dinastiche nelle diverse capitali, o dalle raccolte ecclesiastiche
adunatesi a fianco dei grandi templi cristiani, ha fatto sì che nella cura delle collezioni e raccolte stesse si consolidassero
professionalità, saperi e pratiche, poi riversati nella gestione dei musei ai sensi delle leggi e regolamenti postunitari, tali
da garantire continuità nella conservazione e salvaguardia del patrimonio. Conservazione e salvaguardia, sia detto per
inciso, per le quali si erano registrate fin dai tempi più lontani preoccupazioni prioritarie (in ragione dell’immensità del
patrimonio artistico diffuso, sottoposto a ogni sorta di rischio), e che avevano trovato espressione culturale e giuridica in
documenti e atti di grande rilevanza, aventi per capostipite ideale la celebre Lettera a Leone X di Raffaello, con cui il
sommo artista e primo «soprintendente alle antichità» scongiurava il pontefice di porre fine al saccheggio delle reliquie
di Roma antica.
Per le ragioni storiche sopra richiamate in merito alla loro origine, i musei italiani in maggioranza sono rimasti o si sono
installati in edifici d’epoca, quali regge, palazzi civici e nobiliari, residenze e ville, complessi ecclesiastici, complessi
conventuali resi disponibili dalle soppressioni: saldamente inseriti dunque nel «sistema» dei beni culturali tanto civili
quanto religiosi dei centri maggiori e minori del Paese, ma al tempo stesso assimilati a questo fino all’esito estremo
della carenza, se non mancanza addirittura, di identità autonoma. Questo emerge dalla dizione stessa che il legislatore
ha sovente prescelto col riferirsi a «istituti d’antichità e d’arte» piuttosto che a «musei», essendo evidentemente i secondi
un sottoinsieme dei primi.
Non a caso, nell’arco del suo lungo sviluppo la legislazione sulla tutela del patrimonio artistico e sull’organizzazione
tecnico-amministrativa delle strutture deputate – dal tempo della Direzione Antichità e Belle Arti del Ministero della
Pubblica Istruzione, all’attuale Ministero per i Beni e le Attività Culturali – non è pervenuta, salvo rari casi, a sancire
l’autonomia dei musei statali, che dunque sono stati e sono unità funzionali dell’istituto periferico Soprintendenza, diretti
da un funzionario su delega del capo dell’istituto, con risorse umane e finanziarie assegnate sulla base di organici e
programmi complessivi. Non molto diversamente, nell’àmbito dei musei non statali, i musei civici dipendono in genere
dall’assessorato competente del comune di appartenenza.
L’integrazione dei musei al sistema della tutela del patrimonio, che dà luogo alla tipologia del cosiddetto museo-ufficio
rappresenta un valore per quanto essa raccoglie e preserva di una tradizione plurisecolare, ma costituisce un limite alla
pienezza della comprensione e alla capacità di espressione del museo stesso, anche in considerazione delle maggiori
attenzioni e aspettative che si sono venute concentrando intorno al museo negli ultimi decenni in àmbito nazionale e
internazionale. In particolare, la stretta connessione di dipendenza tra il museo-ufficio e l’istituto di appartenenza ha reso
oggettivamente difficile una valutazione esatta o almeno attendibile dei suoi aspetti gestionali, economici e finanziari
così come ha avallato un certo disinteresse per la disamina o la creazione di fondamenti statutari e carte dei princìpi, e
ha infine rallentato il processo di autovalutazione dei requisiti posseduti o da acquisire.
La partecipazione progressivamente più vivace dell’Italia al dibattito internazionale sul ruolo dei musei, e l’ampia
bibliografia specifica prodotta sui temi relativi negli ultimi anni, hanno agevolato il formarsi di una più chiara visione
del museo in termini di servizio destinato a un’utenza, ossia la variegata gamma dei visitatori di ogni età, provenienza e
formazione; e ciò anche in ragione di una più vasta e diffusa sensibilità etica nei confronti dell’utenza stessa, che ha
ispirato e ispira la creazione di strumenti quali le «carte dei servizi» e le «carte dei diritti».
In sintesi estrema, si è profilata l’esigenza di una precisazione della mis sion dei musei, riorientandola verso il visitatore,
così da affinare ulteriormente quell’interpretazione del museo come pubblico servizio, che già si profilava nella scelta
del legislatore di dedicare articolata trattazione, entro il Testo unico richiamato in epigrafe, a tematiche quali i «servizi
di assistenza culturale e ospitalità per il pubblico», recependo peraltro istanze che si erano affacciate in diverse
legislazioni regionali dagli anni Settanta in poi.
Da parte del Ministro, un’iniziativa significativa intrapresa in tale direzione era stata l’emanazione di una Direttiva sulla
corretta ed efficace comunicazione del e nel museo (21 febbraio 2000) cui aveva fatto seguito la costituzione di un
gruppo di lavoro ad hoc presso l’Ufficio Centrale per i Beni Archeologici Architettonici Artistici e Storici, che produsse
e diffuse un documento (incluso nel testo che segue) preliminare in vista della redazione di un manuale di base della
comunicazione.
Indagini appositamente commissionate e svolte hanno reso disponibili dati sulle qualità positive e negative
dell’esperienza «visita al museo» per un campione significativo di utenti. Ai diversi approcci fin qui esperiti è venuto ad
aggiungersi il punto di vista sociologico: si rimanda ai recenti contributi, ricchi di stimoli nonché di osservazioni
critiche anche severe, coordinati da M.A. Toscano.
In questi medesimi ultimi anni, la rilevazione vuoi empirica vuoi sistematica dell’ingente indotto economico generato
dalla presenza dei «beni culturali» – tra i quali il museo primeggia -, dall’organizzazione di eventi espositivi, da attività
editoriali e commerciali collegate, hanno suscitato l’interesse di professionalità (economisti, commercialisti) finora
scarsamente attratte dall’universo dei musei, e oggi invece seriamente impegnate nell’analisi dei loro aspetti gestionali,
economici e finanziari.
È questo, sia pur sommariamente delineato, il quadro culturale per le tematiche museali in cui è venuto a collocarsi il
D.Lgs. 112/1998 , e in particolare l’art. 150, intitolato «la gestione» [di musei o altri beni culturali]. Nel primo comma
si prevede l’individuazione di «musei o altri beni culturali statali la cui gestione rimane allo Stato e quelli per i quali
essa è trasferita, secondo il princìpio di sussidiarietà, alle regioni, alle province o ai comuni». Tale individuazione
veniva affidata a «una commissione paritetica, composta da cinque rappresentanti del Ministero per i beni culturali e
ambientali e da cinque rappresentanti degli enti territoriali designati dalla Conferenza unificata». Il provvedimento,
sostanziando un’ampia e corretta applicazione dei princìpi della legge delega, 15 marzo 1997, n. 59, si inseriva nel
quadro di un atteggiamento del legislatore sensibile alle istanze di decentramento della gestione dei beni culturali, che,
trovata espressione in più sedi, tra le quali la legge 15 maggio 1997, n. 127 (art. 17, comma 131), avevano negli atti «La
gestione dei beni culturali: Stato, Regioni, Enti locali» (approvato il 5 marzo 1997), e «Documento congiunto Regioni,
UPI e ANCI per un nuovo ordinamento dei beni culturali» (approvato il 14 luglio 1997) significativi presupposti.
Ciò premesso, il lavoro che qui si presenta trova fondamento giuridico e ragion d’essere nel primo punto del comma 6
del ricordato articolo 150, che recita: «Con proprio decreto il Ministro per i beni culturali e ambientali definisce i criteri
tecnico-scientifici e gli standard minimi da osservare nell’esercizio delle attività trasferite, in modo da garantire un
adeguato livello di fruizione collettiva dei beni, la loro sicurezza e la prevenzione da rischi».
Si noterà che, mentre la dizione «criteri tecnico-scientifici» è mutuata da una terminologia ricorrente a tutti i livelli nei
documenti normativi e operativi sulla tutela, il lemma «standard» desunto dall’inglese, comparso in precedenza in
àmbito di legislazione regionale, viene introdotto per la prima volta in un atto legislativo dello Stato italiano. Ad esso,
tanto nei dizionari specialistici quanto nel parlare comune, si annette il significato primario di unità di misura «prescelta
da un’autorità, da una consuetudine o per unanime consenso», cui si rapportano significati quali modello, esempio,
campione, criterio, norma, princìpio, parametro, grado, livello. Nella terminologia specifica della «carta dei servizi», è
definito «standard di qualità» il valore atteso per un determinato indicatore.
Il Ministro, nell’esercizio della prerogativa di definire e promulgare «criteri tecnico-scientifici» e «standard», elaborò
un’interpretazione del testo quanto più possibile estesa e proficua, trasmettendola alla Commissione paritetica, nominata
con D.M. 11 maggio 1999 e insediata contestualmente. Sebbene infatti la definizione dei «criteri tecnico-scientifici» e
degli «standard minimi» fosse nel testo collegata all’«esercizio delle attività trasferite», quale parametro di verifica delle
condizioni irrinunciabili del trasferimento stesso («fruizione …», «sicurezza…» e «prevenzione…»), apparve chiaro al
Ministro il trovarsi nella condizione di potere e dovere avviare una riflessione generale, nonché un riordino della
cospicua documentazione e normativa esistente in materia di gestione museale. Tale interpretazione degli «standard
minimi» li trasponeva da un piano meramente funzionale – nel quale sarebbe stata appropriata una traduzione come
parametri, requisiti, o eventualmente garanzie – al piano metodologico in cui assumevano il ruolo di indicatori di qualità,
configurando in fine un sistema di criteri e regole per definire i requisiti minimi necessari all’esistenza del museo e al
suo funzionamento. Si trattava, in altri termini, di un’opportunità straordinaria per mettere a punto una «cultura della
gestione» per il sistema dei musei italiani, implicita nella prassi (in ragione della lunga e consolidata tradizione di cura e
tutela del patrimonio, cui si accennava in apertura), ma di rado e occasionalmente proposta in forma esplicita.
Dotarsi di uno strumento culturale e normativo di tale portata avrebbe significato inoltre colmare, o iniziare a colmare,
l’oggettivo divario che separa i musei italiani dai musei d’Europa e del resto del mondo, la cui identità, diversamente ma
comunque nettamente affermata, trova espressione in statuti e atti fondanti, carte dei princìpi, dichiarazioni di missione,
documenti gestionali e linee-guida per le principali attività considerate dal museo come appartenenti alla propria sfera
d’azione, che, anche sollecitando nel museo stesso un processo costante di verifica tramite automonitoraggio, ne
indirizzano i processi di adeguamento, sviluppo e miglioramento.
Una ulteriore ricaduta positiva di questo processo, raggiungibile in prospettiva, dovrà essere un’attuale ed esaustiva
definizione del museo stesso cui, come riportato in apertura, si è guardato e si guarda da angolazioni diversificate, con
la conseguenza di proporne interpretazioni a loro volta diversificate nella sostanza e nell’immagine.
Nello sviluppo delle indicazioni del Ministro in Commissione paritetica fu convenuto:
– che criteri e standard di cui al citato comma 6 fossero elaborati e fissati in modo da risultare applicabili e utili non solo
nell’«esercizio delle attività trasferite», ma anche nell’ordinaria gestione dei musei di ogni e qualunque appartenenza;
– che, ferma restando la prerogativa del Ministro di definire criteri e standard, la loro predisposizione avvenisse tramite
una concertazione allargata e condivisa tra il Ministero e gli Enti territoriali, nella prospettiva dell’applicazione generale
di cui sopra.
Per avviare la preparazione dell’elaborazione dei criteri e standard, che si preannunciava complessa, dal marzo 1999
entrò in attività un Gruppo di lavoro composto di rappresentanti della Conferenza delle Regioni, ANCI, UPI, allargato a
membri del Comitato Italiano dell’ICOM e dell’ANMLI, e con un funzionario del Ministero in veste di osservatore.
Dopo il termine dei lavori (settembre 1999), fu presentato alla Commissione paritetica il documento Standard per i
musei italiani.
Nella concezione e stesura del documento furono recepiti, adattandoli alla situazione italiana – di cui si è sottolineata la
peculiarità in relazione ai modelli ricorrenti all’estero – precedenti significativi elaborati per i musei di altri paesi. In
particolare, sono state analizzate e parzialmente utilizzate fonti quali i programmi di certificazione di qualità e
procedure di accreditamento dall’American Association of Museums (USA), il Codice deontologico dell’ICOM, il
Registration Scheme for Museums and Galleries (UK).
Furono altresì presi in considerazione in modo prioritario seppure non esclusivo i musei, che attuano con risorse proprie
e/o assegnate precise funzioni tra loro integrate: la conservazione di oggetti e collezioni, la ricerca su di essi, la
comunicazione ad essi pertinente. Le raccolte, cui è deputata principalmente la funzione della conservazione, così come
i monumenti, i siti e i centri d’informazione sul patrimonio, vennero intesi come parte del patrimonio stesso, cui gli
standard si applicano in àmbiti specificamente caratterizzanti, quali possono essere l’inventariazione/catalogazione, la
conservazione e sicurezza, la prevenzione del rischio.
Tra i risultati principali di questo complesso lavoro può essere indicata, con estrema sintesi, la ripartizione della materia
– da acquisire o da produrre – in otto parti definite «àmbiti» di riferimento per la definizione degli standard, e
precisamente:

I Status giuridico
II Assetto finanziario
III Strutture
IV Personale
V Sicurezza
VI Gestione delle collezioni
VII Rapporti con il pubblico e relativi servizi
VIII Rapporti con il territorio.

Va osservato che gli àmbiti di riferimento rispecchiano in sostanza quelli presi in considerazione dal Codice
deontologico dell’ICOM, con l’aggiunta però di «rapporti col territorio» (àmbito VIII), che utilmente mette a fuoco e
valorizza quella prerogativa specifica del sistema dei beni culturali italiano, più volte richiamata, che ha
nell’integrazione tra museo e territorio una caratterizzazione e un punto di forza.
Al loro interno, gli otto àmbiti sono stati articolati in sottoàmbiti funzionali, ognuno ritenuto idoneo a essere definito e
normato in un apposito documento.
A seguito della presentazione del documento in sede di Commissione paritetica, la commissione stessa ritenne che
l’articolazione in àmbiti così raggiunta rispondesse in modo esaustivo a quanto previsto nell’art. 150, essendo contenuta
l’individuazione di «criteri tecnico-scientifici» negli àmbiti I, II, IV, VI, VIII, di «sicurezza» e «prevenzione da rischi»
negli àmbiti III e V (con significativi apporti anche nell’àmbito VI), di «adeguato livello di fruizione collettiva dei beni»
nell’àmbito VII, e per tutti essendo indicati gli «standard minimi». Fu inoltre approvato che gli argomenti ivi contenuti e
sinteticamente descritti o prefigurati venissero sviluppati analiticamente a cura delle massime competenze disponibili
tanto all’interno quanto all’esterno del Ministero.
Si erano così individuate le premesse per la costituzione di un «Gruppo tecnico di lavoro per la definizione degli
standard», che il Ministro nominò con proprio decreto (D.M. 25 luglio 2000), comprendente rappresentanti del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, degli Enti territoriali, di istituti di ricerca, ed esperti esterni, ai quali si sono
aggiunti nel tempo funzionari del Ministero ed altri esperti cooptati sulla base delle abilità professionali, che
generosamente hanno accettato di portare il loro contributo in itinere.
Fin dalla sua costituzione, il Gruppo di lavoro ha proseguito nella linea di concertazione e condivisione indicata dal
Ministro alla Commissione paritetica, affinché il documento finale da un lato recepisse in massimo grado le istanze
provenienti da una realtà così vasta e varia qual è quella dei musei italiani, dall’altro si prestasse alla più estesa
applicazione possibile.
Il documento che segue si articola, come il documento del settembre 1999 che ne è alla base, in otto àmbiti funzionali,
ridefiniti in numeri romani da I a VIII per esigenze redazionali. Al loro interno, gli àmbiti si articolano in una premessa,
in una «norma tecnica» evidenziata in tabella, e in uno o più documenti redatti da specialisti diversi. Si segnala una
particolare complessità e ricchezza dell’àmbito VI, «gestione delle collezioni», che tratta della vasta e fondamentale
materia da punti di vista diversificati, mirando a fornire criteri tecnico-scientifici in ordine tanto alla conoscenza quanto
alla conservazione.
Corre l’obbligo di fornire alcune avvertenze preliminari alla lettura e all’uso.
È stata più volte commentata, nel corso dei lavori, l’ambivalenza del termine «standard», che si presta a indicare sia un
requisito univocamente individuabile, che esiste o non esiste, sia un sistema di parametri interconnessi e graduati. Ne
discende, nella definizione degli standard qui presentata, la graduazione, per così dire, della forza delle norme e delle
indicazioni entro un ampio ventaglio che va dall’obbligo alla raccomandazione.
Se infatti ad esempio gli adempimenti in ordine alla conservazione, alla sicurezza e alla prevenzione del rischio, anche
alla luce della normativa vigente, sono da intendere come ineludibili, si propongono invece delle linee-guida per aspetti
quale la promozione, la valorizzazione, o l’attivazione di programmi a carattere territoriale, evidentemente soggette a
essere intraprese a seconda delle opportunità e risorse presenti nelle diverse situazioni. Ciò non destituisce tuttavia di
efficacia le linee-guida stesse, che assumono valore di standard laddove il museo o il sistema di musei decida di
impegnarsi in quei campi.
In sintesi, le norme contenute nella definizione degli standard sono di due tipi: obbligatorie, da seguire cioè in ogni
caso; volontarie, da seguire nei casi in cui si attivino in tutto o in parte i settori cui esse si riferiscono, disciplinandoli.
Laddove esiste una normativa ministeriale valida per l’intero patrimonio culturale italiano (si veda ad esempio quella
sulla catalogazione, cui si riferisce l’art. 16 del T.U. D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490), la si intende assunta integralmente.
Nelle intenzioni degli estensori, il documento proposto dovrebbe avere tra le sue caratteristiche la flessibilità, intesa
come capacità di adattarsi alla più volte ricordata varietà della casistica museale italiana, nonché a incorporare
indicazioni utili via via prodotte dalla ricerca e dal dibattito nazionali e internazionali.
Sarà considerata inoltre come positiva ogni azione di sviluppo e affinamento che il documento possa esercitare, anche
solo a livello di stimolo e induzione di sensibilità, sulla realtà esistente. Si può addurre l’esempio dell’opportunità,
progressivamente avvertita e diffusa tra musei tanto statali quanto di altra proprietà e gestione, di dotarsi (eventualmente
identificandola e coltivandola al proprio interno) di un’abilità professionale omologa a quella che in àmbito
internazionale è indicata con il termine registrar, non felicemente traducibile in italiano per la pienezza dei suoi compiti
di raccordo tra le competenze diverse del consegnatario, del direttore/curatore, del restauratore, e le professionalità
esterne al museo. Il documento non include tra i requisiti richiesti per l’àmbito IV questa abilità professionale, per la
quale non esiste ancora il profilo corrispondente, ma il complesso delle funzioni previste da altri àmbiti (principalmente
nel VI) può prefigurare la necessità di una sua futura istituzione.
In sede redazionale, si è ritenuto corretto e opportuno rispettare l’integrità dei documenti prodotti dai diversi esperti
(salvo minimi interventi atti a facilitare l’individuazione degli argomenti): ne discende una pluralità di approcci e di
linguaggi tecnici, che, pur richiedendo al lettore e potenziale fruitore del documento finale un costante impegno di
adattamento, rappresenta un valore da salvaguardare.
Il percorso futuro del documento qui presentato sarà indicato in sede di Commissione paritetica, previa l’approvazione.
Gli estensori ritengono tuttavia di auspicare che, nel rispetto dell’indirizzo finora seguito, e nella prospettiva della
migliore utilizzazione possibile, la definizione degli standard venga discussa e approvata in sedi e attraverso passaggi
significativi per la concertazione e condivisione, tra i quali può considerarsi la Conferenza unificata Stato-Regioni-
Autonomie locali.
Ritengono altresì importante che il documento venga portato nelle sedi opportune all’attenzione delle università e degli
istituti di ricerca, così da essere tempestivamente recepito, discusso, eventualmente finalizzato alla definizione o
ridefinizione di percorsi formativi.
Segnalano che un necessario passaggio ulteriore in vista dell’applicazione degli standard, vuoi ai musei e beni culturali
da trasferire, vuoi generalmente ai musei e beni culturali del Paese prescindendo dalla proprietà e dalla gestione, sarà la
definizione del processo di certificazione, secondo un praticabile percorso di accreditamento. È prevedibile fin d’ora che
si pervenga alla formulazione di documenti intermedi (questionari, modelli di relazione, ecc.) che rendano agevole il
processo di autovalutazione da parte dei musei stessi. Il soggetto validatore (commissione, gruppo di lavoro, pool di
esperti che sia) sarà parimenti definito con attenzione.
Auspicano che, per il monitoraggio delle fasi successive e soprattutto per quella, nevralgica, dell’applicazione, resti
attivo presso il Ministero un osservatorio, che rispecchi in tutto o in parte le competenze riunite nel «Gruppo tecnico di
lavoro per la definizione degli standard» nominato con D.M. del 25 luglio 2000, con compiti di verifica, ampliamento
e/o miglioramento del documento prodotto, indirizzo.

Contatti

Via di San Michele, 22 • 00153
Roma • Italia
C.F. 97888590581
Telefono:
+39 06 6723 4400
+39 06 6723 4423
+39 06 6723 4413


Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale

Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa

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